CIAO, SONO ELENA…

Ciao, sono Elena e ho diciannove anni, cos’altro dovrei dirvi? Sinceramente non saprei, devo dirvi che sono felice? Perché ormai la società vuole solo persone felici e ottimiste, non vi sembra? Io però non sono così, quindi dovrei fingere? No, oggi mi voglio raccontare a voi con sincerità e così facendo forse qualcuno riuscirà a riconoscersi nelle mie parole. 

D’altronde nella vita coesistono cose belle e brutte, emozioni negative e positive, momenti si e momenti no. Eraclito definiva ciò come “guerra fra gli opposti”: senza il bello non ci può essere il brutto e viceversa, una cosa ha necessariamente bisogno del suo opposto per esistere.

Ora però chiudiamo questa breve parentesi filosofica noiosa e complicata e ritorniamo a noi, anzi torniamo a me. 

Vivo con dentro al cuore un dolore enorme.

Vivo con la mancanza di qualcuno che non riuscirò mai ad abbracciare, che non riuscirò mai nemmeno a sfiorare.

Vivo con il senso di colpa che mi logora, anche se pensandoci bene che colpa posso avere io? Ho colpa del mio abbandono? No, impossibile: ero piccola, se mi hanno lasciata non era per il fatto che ero sbagliata io, avranno sicuramente avuto le loro valide motivazioni. Quali fossero? Ancora non le so, forse ne verrò a conoscenza o forse no. 

Vivo? No, questo non è vivere, lo chiamerei invece “sopravvivere”.

Sopravvivo in un mondo dal quale non mi sento capita. In un mondo che mette al primo posto il vincere, il riuscire sempre in modo ottimale in ciò che si fa, il non sbagliare mai.

In un mondo che brama e pretende perfezione: una perfezione che in realtà non esiste, che è solo illusoria. 

Sopravvivo in un corpo che non è il mio, perché si è adeguato ai canoni estetici che la società d’oggi esige.

Sopravvivo e non vivo, perché se realmente vivessi riuscirei ad essere me stessa in ogni momento, ma a volte devo fingere. Devo, come scriveva Pirandello, indossare una maschera per poter così facendo piacere agli altri. 

Al giorno d’oggi mi sembra che indossiamo tante maschere per ricevere approvazione, per poter far parte di questa società che non lascia spazio alla nostra unicità, alla nostra diversità. Sapete, ognuno di noi è perfettamente imperfetto: ognuno di noi possiede le proprie caratteristiche, i propri pregi e difetti, le proprie ferite ed esperienze passate. 

Io però mi sono stancata di questi “altri”: chi sono? Cosa vogliono da me?

Voglio dire, non sono nemmeno libera di vivere come voglio? Di seguire i miei sogni, le mie ambizioni? E allora mi chiedo: che senso ha vivere per fare ciò che ci dicono gli altri? E’ la mia vita, non la loro. 

Sopravvivo e non vivo, perché con la mente sto ancorata al passato. Era il 2004 e qualcuno laggiù in Russia decise che io una famiglia non ce l’avrei dovuta avere. Quel qualcuno era lo stesso che avrebbe, in linea teorica, dovuto prendersi cura di me e che io d’altro canto avrei dovuto chiamare “mamma”. Quel qualcuno decise che la mia casa sarebbe stata un orfanotrofio. Sì, uno di quei luoghi bui e tristi, dentro ai quali crescono bambini senza sogni, senza ambizioni, senza amore.

La chiamano “adozione” quando una coppia di genitori si prende cura di un bambino che non è nato dal loro amore, io invece la chiamo “seconda possibilità”.

La chiamano “adozione” quando un bambino orfano trova finalmente una famiglia, io invece la chiamo “mix di emozioni contrastanti fra loro”. Felicità, rabbia, tristezza, senso di colpa, inadeguatezza, se dovessi elencarle tutte non mi basterebbe questo piccolo spazio che mi è concesso. 

Un mix di emozioni che vortica nella mia testa e non si ferma mai, nemmeno per un secondo.

Sono Elena, ho diciannove anni e altro non aggiungo, perchè in fondo ancora non mi conosco bene. 

Sono Elena, ho diciannove anni e cerco delle risposte alle mie mille domande.

Sono Elena e cerco il pezzetto di felicità che mi spetta.

Spero che anche voi riusciate a trovare il vostro.


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